Cari ragazzi,
ho deciso, soprattutto dopo il post "defibrillatore" di Pier, di scrivervi. Mi piace iniziare con "cari ragazzi" poichè mi mancate, vi sento poco (avete sempre avuto un'iniziativa sorprendente) e non vedo l'ora di rivedervi nella mia amata città, sperando che non ci siano rancori di ogni genere tra tutti noi.
Ci sarebbero miliardi di cose da dirvi su questa nuova mia esperienza ma la sto ancora vivendo appieno e mi riesce difficile cominciare da un argomento preciso. E' una matassa difficile da sbrigliare.
Vi parlerò un pò di Venezia.
Venezia è una città ambigua e ambivalente per molte ragioni. Prima di tutto perchè è sull'acqua: la sua immagine si duplica sui canali che l'attraversano e ne restituiscono due immagini diametralmente opposte. Una statica, immobile, stantìa ed un'altra fluttuante, imprecisa, molle.
Sarà perchè Venezia è un museo a cielo aperto. Dove ogni elemento architettonico, ogni comportamento umano, ogni paesaggio, è artificiale e stomachevole come Disneyland. Dove capita di trovarsi in mezzo a spaventosi flussi umani che regolano la cadenza del tuo passo. Dove si fa un grande spreco di fotografie e non è neanche importante ciò che si fotografa ma la performance dell'esserci stato (Venezia è una puttana di lusso). Dove i turisti si fanno investire da una scarica di piccioni perennemente affamati cospargendosi di mais (come i bonzi che si danno fuoco con la benzina) a piazza San Marco. Venezia è dove nascono e si rigenerano, ogni giorno, molti degli stupidi stereotipi per i quali siamo famosi all'estero. Se la guardate dall'alto, impressa sulla retina di Google Earth, Venezia è un pesce. Un pesce piccolissimo che guizza fuori dal mare.
Ma poi ci vivi, devi andare all'università che si trova nella parte opposta di San Marco, al di là dei turisti, del chiasso e melting pot di lingue, dei piccioni che cagano. E arriva la parte dai contorni molli e ondeggianti. Non ho mai visto nessuna città cambiare così tanto sembianze come questa. Venezia è viva.
E' rischioso incamminarsi per un posto se sai "pù o meno dove si trova". Rischi di essere fagocitato e digerito con molta calma. Se questo succede allora diventa un pò come navigare su internet. Cammini in una calle silenziosa, una vecchina sta nascosta tra le tende di una finestra a spiare tutto tranne te che passi. In un istante l'hai persa di vista, il paesaggio ti cambia sotto gli occhi, svolti un vicolo, ti infili dentro un sottoportego, non c'è più luce e ti accorgi che hai quasi perso i tuoi passi, poi, come se qualcuno stesse girando pian piano la manopola del volume, si alza un brusìo leggero e, all'improvviso, sei sputato in una grande strada dove vieni travolto dal flusso deciso di persone che si porta appresso una folla di parole pronunciate in lingue e accenti differenti. Tutto questo mi affascina perchè ancora non riesco a far sovrapporre le due visioni che ho di questa città. La non perfetta collimazione della visuale satellitare del pesce e quella soggettiva delle sue viscere impervie e intricate la rende un posto elastico e infinitamente esteso.
Venezia è viva perchè arriva la nebbia e spariscono i palazzi in lontananza, spariscono i ponti che devi attraversare, si dissolvono le luci, sparisci anche tu.
Venezia è viva perchè la notte, in giro, non c'è nessuno. Poi sbuchi in un campo pieno di giovani che stanno bevendo spritz (aperitivo molto diffuso, di solito è aperol o select o campari, seltz e spumante). Venezia è viva perchè arriva l'acqua alta. La marea sale, l'acqua si arrampica lentamente lungo le pareti del canale e comincia ad insinuarsi lungo le calli, tra i palazzi sbilenchi (poche cose sono dritte a Venezia) fino ad entrare nell'androne del sottoscala di casa tua o fino a quasi lambire l'ingresso dell'università. E lo spettacolo è eccezionale. Hai l'impressione che la città stia sprofondando come un vascello dei pirati alla deriva. Tutto è pervaso da una calma che sembra apparente ma non lo è (apparente). La gente continua a camminare, i turisti mangiano seduti ai tavoli di un ristorante, a piedi scalzi. Tanto domani se ne vanno. Ma Venezia continua ad inabissarsi e le sue due immagini, dagli estremi così distanti e lontani tra di loro, implodono lentamente una dentro l'altra per annullarsi a vicenda.