Pisciando Contro Vento

amici, passioni, ragazze, poco amore, noi.

Tuesday, April 11, 2006

Avventure anconetane #2

By Mauro

Credevate che le mie parole non vi avrebbero più raggiunto, ora che sono pieno di amici anconetani (all’incirca 3), ed invece…
Voglio raccontarvi il più fedelmente possibile il viaggio che ha visto me e il Joe trasformarci in due esploratori appeninici.
Per chi di voi non fosse a conoscenza di quanto accaduto ieri, sappiate che alle ore 9 circa, dopo aver votato a roma, mi sono seduto sulla mia vespa, ne ho infiammato una goccia di benzina, e quella, con il motore roboante, a continuato a roboare per i 360 kilometri a seguire portando me ed il mi fido amico Joe fin sotto le finestre della mia dimora anconetana. Joe è una persona, non un cane. Passiamo ai fatti. Il freddo mordeva il cemento, mentre il culo tremava sgomento sulle vibrazioni del mio motore, ma mai e poi mai avrei pensato di portare finalmente a compimento uno dei miei tanti sogni: attraversare l’italia da sinistra a destra (non fatevi ingannare!!!) su di una vespa a 4 marce. Prima di partire avevo già capito l’andazzo: i 285 km ipotizzati dalla guida michelin avrebbero sicuramente lievitato nel tragitto a cominciare dal fatto che il Joe culo di piombo voleva essere preso a casa e non all’ingresso nord: si erano aggiunti già 4 km prima dipartire. Ma non mi avrebbero certo scoraggiato, soprattutto dopo aver fatto abbondante scorta di vivande per iltragitto durante la sosta a casa del Joe: due ovetti al pistacchio, uno alla mandorla, uno all’amaretto e uno lindor rosso. Con cotanta scorta non avremmo mai rischiato di morire affamati e congelati nel caso in cui la vespa si fosse rotta tra i pini appenninici. Dopo aver appreso con gaudio e con piacere che il vespino della mamma del Joe era stato appellato da tutti i suoi amici “la moto-sega”, ma non perché non funzionasse bene, bensì perchè la vespa era moto e la sega a guidarla era la mamma del Joe, siamo saliti in sella e dopo due scatti per immortalare la partenza, abbiamo accelerato verso mille avventure.
Prima avventura:
Cani e patate.
dopo 15 metri sulle due ruote incontriamo una bella ragazza che porta a spasso un terranova. Il viaggio iniziava bene, e il mio consenso era tale da farmi esclamare: “ottimo! Quella era da scopare con tutto il cane!” “bene -ha detto il Joe- tu pensa al cane, e a lei ci penso io!”. Così dicendo i compiti erano stati equamente divisi ed ognuno era pago delle sue mansioni.
Seconda avventura:
Piccioni sottolio.
dopo un paio di kilometri proviamo a fare benzina e a gonfiare le ruote senza alcun risultato. Le banconote in nostro possesso sono di taglio enorme (10 euri) che non entrerebbero nel serbatoio e l’aria di domenica mattina non si trova tanto facilmente. Alcuni km dopo riusciamo nell’impresa. Dopo essere usciti dalla cassia in direzione Calcata, ci accorgiamo che la campagna romana è splendida e la domenica, un po’ per piacere e un po’ perché gli italiani non c’hanno un cazzo da fare, è piena di cordiali centauri che ti salutano anche se tu sei in sella ad uno scaldabagno e loro sull’aerojet di bond, james bond.
Alla nostra prima sosta per decidere quale percorso fosse più conveniente, ci troviamo difronte alla drammatica decisione se assaggiare i fiori blu o quelli rosa, perché sappiamo che uno dei due è commestibile, e l’altro probabilmente velenossissimo. Per evitare il ricovero a Otricoli decidiamo di soprassedere e di fare solamente due foto.
Narni è la nostra prima metà ufficiale, ed è qui che assistiamo al primo delle decine di passi fallaci del Joe: il sole picchia come pochi e nessuna pozza d’acqua avrebbe il buon senso di starsene placida al sole senza evaporare nell’arco di 27 secondi, così nel passaggio dall’asfalto ruvido al marciapiede mattonato del belvedere di Narni, il Joe poggia il piede in quella che neanche un piccione avrebbe scambiato per una pozzanghera, ed inizia a pattinare proprio come fosse ghiaccio. Un antico detto trasteverino dice: “l’olio nun evapora!”. La cosa che più mi ha spaventato è stata che, sebbene il suo cervello abbia le dimensioni di quello di un piccione, le ali non gli sono ancora cresciute, e al suo fianco si estendevano decine e decine di metri di rupe a strapiombo.
Ci accolazioniamo con tanto di caffè, torta, e giro della città. Dopo aver chiesto informazioni su come raggiungere nuovamente la flaminia in direzione Spoleto, un vigile ci consiglia di tornare indietro contromano perché è la via più comoda: siamo tutti italiani. Una volta ritornati sulle 1000 curve della flaminia, una SRAD ci sorpassa come al motomondiale, e altre 10 la seguono allo stesso modo. Noi li apostrofiamo con fare perentorio: “andate andate, tanto ve ripiamo a tutti!”. Non ci crede nessuno.
Terza avventura:
Spoleto, città d’arte, cultura e poco altro, se nonsalite faticosissime.
Letileti (che salutiamo amorevolmente) era stata preventivamente ed abbondantemente prima (40 minuti circa) avvisata del nostro arrivo, per permetterle diaccoglierci con fasti e fanfare, majorette e numeri dacirco, saltimbanchi e pranzi luculliani. Dopo il pranzo luculliano (fasti, fanfare, majorette,numeri da circo e saltimbanchi erano stati eliminati per mancanza di fondi) siamo stati vittime della sua ospitalità, ma soprattutto della sua fama da Cicerona spoletina. Durante la visita guidata siamo stati informati circa i luoghi di maggiore interesse storico e culturale della città di Spoleto:
1. il teatro nel quale svolgeva i suoi saggi di danza (oggi chiuso e abbandonato… chiediamoci perché);
2. il portone della sua scuola di danza;
3. il nome del suo liceo;
4. i cori da stadio senza stadio;
5. il bar del mercato senza mercato;
6. il ponte dei suicidi;
7. la torre dalla quale Annibale il romano arrestò l’avanzata dei Cartaginesi friggendoli nell’olio bollente (era esattamente il contrario ma abbiamo soprasseduto tutti e tre per mancanza di prove, chiunque abbia vinto, dopo la frittura è stato mangiato con senape e ketchup);
8. la valle dell’Eco; quest’ultima merita una piccola parentesi: il nome si attribuisce all’eco della voce di un ciclista coglione che aveva l’abitudine di pedalare in bilico sul cornicione del ponte fino al giorno in cui una folata di vento se l’è portato 60 metri più sotto. Mentre ci veniva raccontata la sua storia, si consumava un altro dramma: la valle veniva riempita dall’eco della voce di un altro giovane che in una giornata di caldazza stava morendo di caldazza perché aveva deciso, nonostante i 30 gradi, che valesse la pena di mantenere la giacca di pelle imbottita e due giri di sciarpa di lana intorno al collo, perché tanto si sarebbe abituato presto alla soffocante temperatura che gli procurava sudorazione eccessiva sotto forma di colla ascellare. Ora la valle viene chiamata Valle dell’eco della caldazza.
Quarta avventura (postuma):
Mens insana in corpore insano.
Ora, mentre vi scrivo, sento una fitta alla gola quando ingoio e l’alternarsi di brividi freddi e brividi caldi e la fronte che scotta. Credo mi stia salendo la febbre.
Quinta avventura:
La cosa si fa seria… serissima.
la nostra gentilissima guida, dopo averci anche offerto il pranzo, ci accompagna al benzinaio alle soglie della contea di “Mezza Sega”, che dovremo attraversare da soli, ma accompagnati dall’Oblio, e ci augura buon viaggio con la frase che serve a tenere alto il morale dei viaggiatori: “secondo me, ad Ancona c’arrivate col buio”.
Rincuorati da tali sentitissime parole, ripartiamo sperando nel contrario. Decidiamo di abbandonare la Flaminia e di percorrere una strada che sembra essere la migliore. Il tempo ci darà torto circa 2 minuti dopo, ma ci rifiutiamo di tornare sulle nostre decisioni. Ci accorgiamo che il nostro Oblio (il nome provvisorio che ho assegnato al vespone) inizia subito a perdere colpi. Ci interroghiamo sul fatto che la cinghia si sia consumata e si stia per rompere, che la benzina fosse stata allungata con l’acqua per renderci il compito più semplice, che la frizione si andata, che il nostro peso sia aumentato a dismisura dopo il pranzo o che siano un po’ tutte e quattro le cose messe insieme. Più di una volta siamo costretti a procedere in prima o in seconda perché l’Oblio arranca sulle pendici degli Appennini della contea di “Mezza Sega”, le cui strade sono ancora quelle costruite da Annibale e dai suoi elefanti macinatori di calci e di struzzi. Tra la malta, la ghiaia, le brecce e il bitume mal disposti si distinguono ancora le ossa delle orecchie(staffa, incudine e martello) e le unghie degli struzzi, che hanno resistito alla macinazione meglio delle ossa più grandi oramai completamente distrutte. Alcune teste di femore però sono ancora visibili ailati della strada dissestata, mentre al centro di quella che dovrebbe essere una carreggiata e mezzo si possono ancora vedere, anche se molto consumate, le impronte degli elefanti. Le buche si sprecano, gli imprechi si trattengono (per fare economia).
Intorno a noi i colori sono cupi, le vette leggermente ingrigite dalle nuvole che fortunatamente non si son mai rovesciate su di noi. Ci sfiora l’idea che quella strada non venga battuta da anima viva e otteniamo conferma dai 50 kilometri seguenti. Lungo la strada troviamo le indicazioni dei villaggi di Spina Vecchia (3 case e una capra), Spina Nuova (2 case e una cascina), Vene (due contadine vecchie, un cimitero con 11 croci, un fossato e tanta puzza di merda), altri di cui mi sfugge il nome ma dove la situazione non cambia. Abbiamo il terrore di essere sopraffatti dagli orchi di Merdor che potrebbero spuntare da dentro i fienili o da orde di barbarici vecchi contadini con i forconi arrugginiti della rivoluzione francese ancora ignari dell’instaurazione della nostra Repubblica delle Banane di Pier Silvio.
Decidiamo di fermarci per fotografare un fienile trasformato in chiesa, ma fato ci è contrario: la mia macchina fotografica si rompe, quella del Joe si scarica… ce ne resta una soltanto, che a volte indica valori di esposizione del tutto stocastici e con quella immortaleremo il resto del viaggio: speriamo bene.
Dopo aver attraversato villaggi dai nomi improbabili tipo Pupaggi, Villamagina, Rasiglia, Trave De Ponte, Casenove ed altri, veniamo catapultati nella vicenda amorosa di due abitanti del luogo.Lei ci taglia la strada, ma non ne capiamo il motivo, e lui, adornato come un cavaliere del ‘600 la insegue sprezzante del pericolo in cui potrebbe incorrere attraversando la strada senza neanche guardare. Due fagiani in amore sono usciti illesi dall’attraversamento stradale davanti al nostro veicolo!
Gli ultimi metri della strada costruita da Annibale sono segnati da un cartello sotto il quale abbiamo deciso di sostare e fotografarci, che riportava la seguente scritta: “Valico Colfiorito 821m”: avevamo superato gli Appennini e con essi l’intera nefasta contea di Mezza Sega. Una cosa è certa: il tratto nella contea di Mezza Sega è stato il più bello. Con colori magnifici e ricco di usanze e di civiltà ritenute scomparse. Abbiamo infatti scoperto che una delle due contadine era la discendente diretta di Annibale, nonché custode dei segreti della città perduta di Atlantide, che recenti studi identificano con il villaggio di SpinaVecchia.
…continua…

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