Storia, par. 06
E come se qualcuno avesse ascoltato i miei pensieri, le luci sfumano, il greggie di culetti tondi si defila lasciando mille volti davanti a me tinti di un azzurrino soffuso. Una pianola elettronica comincia a suonare una cantilena allegra di campane campionate.
Provo ad accendermi una sigaretta. Attacca una serie di violini.
Sono troppo nervoso, il tremore della mia mano rende vano ogni tentativo. Basta, da oggi smetto di fumare e poi è tempo di agire.
Un fortissimo odore di borotalco e phard assale le mie narici. Dalle quinte una figura enorme dai contorni ogivali agguanta la coda del mio occhio.
Squilli di trombe e dalla penombra alla mia sinistra esce, con passo frankensteiniano (perchè mi devo sempre complicare la vita?) un enorme cotechino antropomorfo.
Ha lunghi capelli unti di gelatina sciolti a proteggere una strisciata di labbra piccole e affilate costrette tra due guance pendule che schiaffeggiano il collo per ogni lieve movimento della testa.
Il suo corpo mastodontico che sembra non abbia ossa è ricoperto da una giacca a costine di velluto. Dei sanculotti marroni (quelli alla francese per intenderci) seguono una linea esageratamente parabolica che termina poco sopra il ginocchio. Uno dei calzini bianchi è troppo corto e lascia scoperto, con tono malizioso, una fetta rosa di polpaccio. Delle piccolissime scarpe col tacco, fissate da una cinghia rettangolare d'oro, insistono impertinenti sul baricentro incerto di quella enorme massa instabile.
Breve crescendo di pianola e archi.
Il tacchino vestito a festa si muove traballante verso il centro del palco, verso di me, le guance si sbocciano tra di loro rispettando il principio di azione e reazione. Ha la camminata di un travestito brasiliano che si avvicina al vetro aperto di una macchina, le mani piccole e ripiene di carne sembrano dei bambini scalcianti appena nati.
Scroscio di percussioni. Dall'alto, appesa a una fune elastica, scende lentamente Claudia o meglio Vera o non so più come diavolo chiamarla. Ha delle grandi ali di plastica scolorita e mi pare che abbia le mani legate dietro la schiena. Rimane sospesa a qualche metro sopra di me in posizione superman, rivolta verso il pubblico. Un pianoforte attacca un motivetto lento e tranquillo, mi pare di conoscerlo ma non ho il tempo di scansionare la mia intera collezione di dischi perchè il ciccione, oscillante come l'albero maestro di un vascello in mezzo alla tempesta, prende la carica e mi sbalza a tre metri di distanza da lui.Poi si gira noncurante verso la platea e, in perfetta sincronia con la musica, tuona:"I had this perfect dreeeeeeeeeeeam..."
Provo ad accendermi una sigaretta. Attacca una serie di violini.
Sono troppo nervoso, il tremore della mia mano rende vano ogni tentativo. Basta, da oggi smetto di fumare e poi è tempo di agire.
Un fortissimo odore di borotalco e phard assale le mie narici. Dalle quinte una figura enorme dai contorni ogivali agguanta la coda del mio occhio.
Squilli di trombe e dalla penombra alla mia sinistra esce, con passo frankensteiniano (perchè mi devo sempre complicare la vita?) un enorme cotechino antropomorfo.
Ha lunghi capelli unti di gelatina sciolti a proteggere una strisciata di labbra piccole e affilate costrette tra due guance pendule che schiaffeggiano il collo per ogni lieve movimento della testa.
Il suo corpo mastodontico che sembra non abbia ossa è ricoperto da una giacca a costine di velluto. Dei sanculotti marroni (quelli alla francese per intenderci) seguono una linea esageratamente parabolica che termina poco sopra il ginocchio. Uno dei calzini bianchi è troppo corto e lascia scoperto, con tono malizioso, una fetta rosa di polpaccio. Delle piccolissime scarpe col tacco, fissate da una cinghia rettangolare d'oro, insistono impertinenti sul baricentro incerto di quella enorme massa instabile.
Breve crescendo di pianola e archi.
Il tacchino vestito a festa si muove traballante verso il centro del palco, verso di me, le guance si sbocciano tra di loro rispettando il principio di azione e reazione. Ha la camminata di un travestito brasiliano che si avvicina al vetro aperto di una macchina, le mani piccole e ripiene di carne sembrano dei bambini scalcianti appena nati.
Scroscio di percussioni. Dall'alto, appesa a una fune elastica, scende lentamente Claudia o meglio Vera o non so più come diavolo chiamarla. Ha delle grandi ali di plastica scolorita e mi pare che abbia le mani legate dietro la schiena. Rimane sospesa a qualche metro sopra di me in posizione superman, rivolta verso il pubblico. Un pianoforte attacca un motivetto lento e tranquillo, mi pare di conoscerlo ma non ho il tempo di scansionare la mia intera collezione di dischi perchè il ciccione, oscillante come l'albero maestro di un vascello in mezzo alla tempesta, prende la carica e mi sbalza a tre metri di distanza da lui.Poi si gira noncurante verso la platea e, in perfetta sincronia con la musica, tuona:"I had this perfect dreeeeeeeeeeeam..."

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