la storia par. 02
Insicurezze che mi rendono pesante come l'umidità nell'aria che mi appiccica la maglietta dietro il collo e sotto le ascelle.
Un cane ribadisce la mia solitudine abbaiando a qualcosa che risponderà con un gesto rapido.
Cerco respiro lanciando lo sguardo lontano, dove le sagome dei palazzi sono puntinate di barlumi gialli intermittenti.
Per strada un rumore di tacchi ritardatari si fa vicino.
Ed è proprio sentendo quei passi che vorrei.
Un cane ribadisce la mia solitudine abbaiando a qualcosa che risponderà con un gesto rapido.
Cerco respiro lanciando lo sguardo lontano, dove le sagome dei palazzi sono puntinate di barlumi gialli intermittenti.
Per strada un rumore di tacchi ritardatari si fa vicino.
Ed è proprio sentendo quei passi che vorrei.
... vorrei realizzare che sto provando quella sensazione che si ha quando ci si risveglia all'improvviso e ci si scopre legati sui binari di un treno.
Buio.
Il freddo dell'acciaio mi si infila sotto la pelle, serpeggia lungo tutto il corpo, mi sforzo di muovermi ma le funi spesse mi segano gli arti.
Silenzio.
La gravità mi schiaccia prepotentemente a terra. Vorrei sapere dove mi trovo, il mio collo si allunga nel vano tentativo di trovare una risposta.
Il terreno sotto di me inizia a gorgogliare.
Il passo ritmato dei tacchi asseconda l'urgenza di quelle caviglie scoperte e decise.
E io vorrei.
Vorrei non dover accorgermi delle vibrazioni che crescono. Vorrei non dover sentire le unghie accelerare rapidamente di un moto verticale e lasciare i miei piedi, le radici dei denti che si sfaldano e urtano tra di loro come tessere del domino, i miei occhi agitarsi come palline da bingo in piena crisi claustrofobica, il mio cervello oscillare febbrilmente nel cranio sapendo che rimarrà intatto per poco.
Il treno sta arrivando.
E vorrei che non ci fosse ma il suo fischio lo precede scivolando lungo i binari, l'onda imbizzarrita su cui cavalca mi avverte della brutale inarrestabilità del tempo.
E io vorrei.
Vorrei non dover accorgermi delle vibrazioni che crescono. Vorrei non dover sentire le unghie accelerare rapidamente di un moto verticale e lasciare i miei piedi, le radici dei denti che si sfaldano e urtano tra di loro come tessere del domino, i miei occhi agitarsi come palline da bingo in piena crisi claustrofobica, il mio cervello oscillare febbrilmente nel cranio sapendo che rimarrà intatto per poco.
Il treno sta arrivando.
E vorrei che non ci fosse ma il suo fischio lo precede scivolando lungo i binari, l'onda imbizzarrita su cui cavalca mi avverte della brutale inarrestabilità del tempo.
Il ticchettìo di quei tacchi neri si fa più determinato e mi ricorda il movimento preciso e meccanico degli ingranaggi che muovono le persone sulla terra come pedine su una scacchiera.
E vorrei essere arrivato tardi a quel dannato appuntamento, anzi non vorrei essere venuto affatto.
Il fischio arriva: mi buca le orecchie, il suo riverbero elastico rimbalza dentro di me stordendomi.
Mi accorgo solo ora che ero legato da chissà quanto.
E vorrei non dover vedere quelle labbra aprirsi e lasciar libere quelle parole
E vorrei essere arrivato tardi a quel dannato appuntamento, anzi non vorrei essere venuto affatto.
Il fischio arriva: mi buca le orecchie, il suo riverbero elastico rimbalza dentro di me stordendomi.
Mi accorgo solo ora che ero legato da chissà quanto.
E vorrei non dover vedere quelle labbra aprirsi e lasciar libere quelle parole

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